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Quel sabato 10 giugno, nell’ex Zaire tornato Congo a furor di caos, c’era il sole.
In Africa c’è sempre il sole, no? E poi qualche leone, qualche insetto velenoso in agguato, un po’ di savana, un po’ di foresta, qualche carrareccia terrosa, cieli immensi con nuvole che corrono manco fossero mandrie di gnu tallonati da ghepardesse incazzate come scimmie. Un quadro suggestivo, da mal d’Africa - o il solito trantran, dipende dai punti di vista.
bara

Quella mattina 10 giugno, però, il pittore decideva di trattare il dipinto con una cifra stilistica nuova. A dire il vero, lo stile non cambiava, semplicemente il pittore aggiungeva un elemento figurativo. Ma lo aggiungeva così massicciamente, lo riproduceva un numero di volte talmente esorbitante, che queste figurine in più punteggiavano il quadro dappertutto, a migliaia, a centinaia di migliaia, finendo per trasfigurarlo da oleografia naive a complesso esercizio puntinista alla Seurat.
Avviciniamo l’occhio. Guardiamo bene. Buffo, i puntini non sono colpetti di pennello: sono morti.

- Morti, morti, sempre morti. Ma che palle!
L’anonimo giornalista (ma rendiamogli giustizia: impiegato) Ansa legge mentalmente il comunicato dell’organismo umanitario International Rescue Committee: “Almeno 1.700.000 morti nella guerra tra Rwanda e Uganda per annettersi la zona diamantifera di Kisangani, nel territorio del Congo ex-Zaire”.
- Questo caffè fa schifo però…Ehi! Dove hai messo la notizia sulle toilettes degli ospiti del Pavarotti International? No, questo è il testo dell’intervento di Mastella al convegno degli industriali di Salsomaggiore… Dai ragazzi, datevi una mossa, che c’è Baget Bozzo che ha fatto outing in un’intervista colla palla di lardo…
Che casino all’Ansa. C’è sempre un’atmosfera febbrile. E il caffè fa veramente schifo. Riceviamo e volentieri forwardiamo: unmilionesettecentomilamorti. Fatevi più in là, carcasse, mentre Formigoni e Ghigo litigano.

Nella redazione del quotidiano il milionesettecentomilamorti rischia di perdersi fra le scartoffie. Il problema della morte scritta è che non sa di putrefazione. Odorasse, nessuno smarrimento sarebbe possibile, per quanto possa esser disordinata una redazione giornalistica, e per quanto possa puzzare già di suo.
Come che sia, la praticante scoglionata dalla solita routine (-…ma quand’è che il direttore mi darà un’occasione…), strappa il fax col milionesettecentomila e lo butta nel mucchio destinato agli esteri.
La scrivania della redazione esteri a questo punto chiede la parola: - Qui anni fa ci lavorava tanta gente sapete? C’era sempre fermento, gente che arrivava, gente che partiva. Oggi sono tre gatti, e copiano per lo più i comunicati Ansa e gli articoli dei giornali esteri. Una tristezza… e che mortorio… Figuratevi che una volta si sedette su di me El..– Eh no, scrivania della redazione esteri! Ora basta. Non ci piace questa tua attitudine acriticamente passatista. Oggi che tutto è comunicazione, e che il mondo intero è a portata di mano, finalmente abbiamo scoperto che del mondo non frega un cazzo a nessuno. Scrivania degli esteri, lasciatelo dire: sei troppo out.

Nel cestello delle notizie da controllare, il milionesettecentomilamorti socializza coi vicini, per ingannare l’attesa ed esorcizzare il nervosismo – normale, la selezione sarà spietata, e i morti hanno la mania di tenerci all’esser ricordati. Tutto sommato, è un narcisismo perdonabile.
Si accende una discussione tra 50 indios yanoami sterminati dai fazendeiros, 12.000 cadaveri slavi rinvenuti in una buca, 150.000 tipi del bangladesh annegati da un monsone e una decina di dissidenti cinesi freschi di pena capitale: si discute su chi vincerà gli Europei. In disparte, 113 vittime di una sciagura aerea rivolgono agli altri quello sguardo dall’alto in basso tipico di chi viaggia in aereo. Se la tirano così perché, sebbene il velivolo fosse di una sfigata compagnia del terzo mondo, a bordo c’erano due francesi, ben tre americani e, sommo del culo, un commercialista di Mestre. Intanto una notizia sui tradimenti on-line, finita lì nel mezzo grazie all’imperizia della praticante, non può fare a meno di sentirsi un po’ a disagio. Ogni volta che sente le risate e gli schiocchi di bottiglie stappate provenire dal cestello della redazione cronaca e costume, avverte una fitta al cuore per l’invidia. Là sì che c’è folla, là sì che c’è vita. Qua solo quieti cadaveri dallo sguardo triste.

Finalmente arriva il tipo. Ha una cicca in bocca. Con occhio allenato, individua tra i morti i tradimenti on-line, legge veloce, sorride (forse pensa a qualcosa di autobiografico), poi s’ingrugnisce e urla: - Cinzia, sei la solita stronza! Questa va di là!
I primi a cadere appallottolati nel cestino sono i 50 yanoami. I tempi delle vacche grasse con Sting sono ormai un ricordo: ora l’ex frontman dei Police si rilassa nel Chianti, le tragedie nella foresta pluviale si son trasformate in festini tra i vigneti. Nel cestino finiscono a ruota i 150.000 del bangladesh e pure i 12.000 slavi imbucati (- Ancora co’ ‘sta exiugoslavia? – sbuffa il tipo). Il disastro aereo, come previsto, passa subito su una scrivania attigua per essere lavorato. Rimangono i 12 cinesi e il milionesettecentomila.
Il tipo li prende e si dirige verso l’ufficio del direttore. Nel corridoio, incontrano un account con in mano la bozza per un’inserzione a tutta pagina: una piccola scintillante pietruzza campeggia al centro, e sotto, signorile e sobria, la scritta “Un diamante è per sempre”. “A chi lo dici!” escamano inauditi i morti congolesi, prima che l’account e la bozza passino oltre. Ma non è detto che questa sia l’ultima volta che il diamante e i morti per il diamante s’incontrano. C’è ancora la possibilità che si ritrovino come dirimpettai di pagina.

Il direttore taglia corto:- I cinesi li tieni per quando c’è da pubblicare roba per quegli spaccapalle di Amnesty. Fai qualcosa coi congolesi – oh, non troppo eh? La notizia è solo la cifra. Mettila nel titolo mi raccomando: un milione setteccentomila morti.
Persona decisa, il direttore. Conosce il suo mestiere.

Non disturbiamo oltre l’indaffarata redazione, ed entriamo direttamente nel quotidiano già fatto e stampato. E’ una visita di cortesia al milionesettecentomila. All’ingresso chiediamo informazioni. La prima pagina nicchia. Boh, mah, non so. Accanto a noi Veltroni rassicura Amato, e a Siena prospera internet. Poco più in là un avvocato spara a un immigrato, e la benzina costa, ah se costa, e gli sconti fai-da-te ce li scordiamo. Nemmeno Zoff sa nulla: peccato, tanti di quei morti adoravano dare calci al pallone. I baffi di Aznar son l’ultima cosa che intravediamo prima di addentrarci. C’imbattiamo in un intellettuale che disquisisce di chiesa e musica rock col suo ombelico. Proviamo a chiedere a lui, ma ci liquida con un borborigmo. Proviamo col suo ombelico: non sa nulla, ma quanto meno è cortese. Evitiamo per un pelo il solito Veltroni, finendo collo sbattere contro un politico, questo fotogenico, che teme il neocentrismo regionale. Il tempo di divincolarci e, tra internet e repressione, scopriamo i segreti del nuovo re. Fantastico. Internet. Repressione. Il nuovo re. Rapiti, rischiamo di scordarci il milionesettecentomila, ma teniamo duro. Small, medium, large, i conti crescono con loro, la banda delle ville, gli assalti ai vip. Io, prete omosessuale, stanco di nascondermi. Chiediamo a lui: scusi, per il milionesettecentomilamorti?
E’ giovane, timido, gentile. Non sa con esattezza, ma gli pare siano cinque pagine più avanti.

Li troviamo. Sono in un articoletto in taglio basso. Hanno l’aria provata. Dal Congo a lì è stato un lungo viaggio. Vorremmo chieder loro un’ultima cosa. Quanti siete per davvero, morti congolesi, ruandesi, ugandesi? Centomila in più, trentamila in meno, o siete davvero unmilionesettecentomila sputati sull’unghia?
Trovano la domanda buffa, e sorridono stancamente.
Ok, ora basta disturbarvi. E’ l’ora di riposare. Stendetevi e trovate la pace.
Se vi stringete ci state, forse, in questa piccola fossa a pagina 21.

Luca Carlucci
[pubblicato su Cuore, anno X, n.51, giugno 2000]

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