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Il

In principio era la Sambuca.

L’umanità era saldamente ancorata alla realtà, in quei tempi remoti, forse suo malgrado. Sporca del grasso da catena di montaggio, ingiallita dal tabacco bruno delle sigarette senza filtro, consumata e resa miope da studi feroci su tomi ponderosi e su possenti e presuntuosi sistemi di linguaggio, impreparata alle spiagge estive e ancora ingenuamente ustionata, ignara dell’airbag, del collagene, del sorbitolo.
spremiagrumi

Un’umanità che lottava con le luci sintetiche di un progresso incipiente, schiafeggiata dalla fòrmica e dal neon. Nei bar, tra echi di enigmatici scoponi, vagavano ancora bicchieri di vetro pesante, sgraffiati e resi opachi dall’usura, su cui s’appoggiavano labbra orgogliosamente screpolate, alla faccia dei burri di cacao, e su cui tintinnavano denti scheggiati e lontani dall’infinita rincorsa al nitore.

Dentro quei bicchieri, incuneata tra vermouth e grappini, l’impossibilità della Sambuca.
Esperienza di èkstasis letterale, di uscita da se stessi. L’uomo consegnava il proprio palato al bicchiere senza condizioni o contropartite. Grado zero dell’alito, la Sambuca, con la sua saturazione sensuale, rendeva concettualmente inutili i bizantinismi da alitosi, oggi così in voga. La Sambuca sgrassava bocche felicemente untuose. La Sambuca come nemesi dell’Herbasol.
La Sambuca s’aggregava ai contenuti gastrici con materna rudezza: “su bambini, è ora di andare” e, presi i boli per mano, li conduceva con passo fermo verso le tenebre della digestione; oppure, se bevuta con smoderata disperazione, rigettava tutti su, alla luce del sole. Ma lo faceva in modo franco e diretto, all’insaputa di Starbene e di Check-up.

La Sambuca, esteticamente rigorosa perché sicura del proprio potere noumenico, rifuggiva in linea di massima ogni orpello, ogni abbellimento, ogni optional. L’unico fregio di cui amava ornarsi era un richiamo demonico alla deperibilità della vita, alla ricchezza del sudiciume come fecondità: la “mosca” agonizzante sul fondo del bicchiere, repulsivo point de beauté, cioè il chicco di caffè che i più coraggiosi sbriciolavano fra i denti con l’ultimo sorso.
La vita è amara e sa di anice, baby.

Poi venne il Limoncello.

Il Limoncello te lo fotte il cervello, comunque.
Il limoncello è giallo sintetico, ed è un’esperienza provinciale e per famiglie di estasi, intesa come pasticca e come abbrutimento musicale. Il Limoncello scorre a fiumi, a inondazioni, satura cromaticamente le mensole di pizzerie e ristoranti e ne fa delle piccole Sarno fosforescenti.
Questo enorme flusso di Limoncello proviene, a dar retta alle etichette, dalle otto piante di limone presenti sulla costiera amalfitana. Chi è in grado di leggere i caratteri microscopici, sa che è quasi tutto prodotto nelle sgangherate periferie industriali di Roma e Milano. Chi ha un cuore sensibile, piange all’idea di tutti quei limoni schiacchiati accanto a tristi tangenziali affogate nel rombare dei tir.

Il Limoncello non sgrassa, ma dà l’impressione di farlo. Il Limoncello è l’idea di sgrassamento, come il Last, come lo Svelto. Il Limoncello finalmente concretizza una fantasia infantile suscitata dall’olfatto e dalla vista: quella di poter mangiare il dentifricio alla fragola, di poter succhiare come caramelle le gomme da cancellare profumate, quella di poter bere il detersivo verde squillante per i piatti.

È incidentale, ma il Limoncello ha un nome idiota. Questo può capitare a chiunque, dopo tutto. Quel che è notevole però, è che di questa idiozia se ne fa un vanto, e la spinge oltre, producendosi in una serie di variazioni intollerabili: Limonetto, Limonello, Limoncino, giù giù fino a Limoncè (ecco, grazie al contributo di un anonimo creativo – mai incontro fu più fatale – il fondo è stato trovato, forse).

Il Limoncello, a parte rarissimi casi di menù estivi a base di pesce, è ontologicamente incapace di integrarsi col tuo contenuto gastrico. Nega l’idea di melting pot. Per questo si sposa benissimo con la spicciola xenofobia postprandiale. Anzi, irritando le mucose dello stomaco, si può dire che la intensifichi. Un limoncello a Bormio, dopo pizzoccheri e cassoeula, ed ecco che nasce la Lega. Terroni e negri sembrano più minacciosi e numerosi quando rutti acido. Il Limoncello ti ricorda che hai uno stomaco, e che questo stomaco può funzionare meravigliosamente male. È il dark side della Citrosodina.

Se inserito in coda ad una corretta catena alimentare, il Limoncello è un momento di regressione e negazione evolutiva. Nel quadro ideologico dei nostri tempi però, esso è semplicemente la logica apoteosi finale di una condotta alimentare basata solo sul valore simbolico-psicologico dei cibi, a suon di rucole, tagliate all’aceto balsamico, tiramisù, focaccerie spaghetterie yoghurterie, tovagliette di carta e televisioni perennemente accese. Dal video, il faccione rassicurantemente vuoto di Gerry Scotti ama riflettersi sulle bottiglie piene di Limoncello. Passaparola. Burp.

Il Limoncello, come tutte le cose che contraddistinguono la contemporaneità, ha un comportamento intrusivo, virale. Ramifica e s’espande in tutte le sfere del consumo e della produzione, dallo scaffale dell’ipermercato agli svaghi culinari delle madri dei tuoi amici – il sinistro “assaggia questo Limoncello, l’ho fatto io!” – o, somma tragedia, della tua di madre - gli ultracorpi sono già qui!
Ecco perché non serve ordinare un Limoncello (solo i tossicomani lo fanno): è lui a venire da te. La dimostrazione è semplice: una volta l’affabilità dell’oste passava attraverso porzioni abbondanti, una socialità espansiva e un buon vino. Oggi, invece, passa per una minacciosa bottiglia gialla, sovente da due litri e priva d’etichetta a suggerire un truffaldino de la maison, omaggiata sul tavolo a fine pasto, sempre dopo il caffè, con raffinata perversione. Già, perché il Limoncello dopo il caffè è puro odio per il proprio corpo.

Infine. Il Limoncello è sostanzialmente connesso a quell’estetica dell’inorganico che pare orientare la vita libidica dei contemporanei. Dietro l’aura casareccia da innocente rosolio della tradizione campana, occhieggiano Orlan, internet, la pornografia estrema, il piercing.
Il passaggio dalla Sambuca al Limoncello sancisce insomma un salto culturale epocale: dalla cultura del brandy alla cultura del branding – l’atto di godere marcando a fuoco i propri corpi.
Non col fuoco e esternamente, ma internamente e coll’acido.
Al posto delle cicatrici, una triste sequela di rutti.

(Luca Carlucci. Testo pubblicato su Cuore, anno X, n.36, febbraio 2000)

7 risposte a “Il”

  1. il 13 Dic 2006 alle 10:47w.e.
  2. il 13 Dic 2006 alle 11:04Philotto
  3. il 14 Dic 2006 alle 10:26w.e.
  4. il 14 Dic 2006 alle 17:16Philotto
  5. il 15 Ago 2007 alle 15:35maddalena
  6. il 05 Set 2007 alle 08:15Philotto
  7. il 06 Set 2007 alle 15:25maddalena

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