Il
14 Dicembre 2006 > di Luca Carlucci
[scritto stamattina come commento alla Lettera sulla dittatura di Franco Arminio pubblicata su Nazione Indiana]
Quel che s’è perso per strada è, secondo me, la storia. Le vicende d’un intero paese son percepite, dal suo corpo sociale, attraverso il filtro atomizzante del trantran, della piccola routine, della partitella gestionale. La politica, già teatrino, è oggi, nella percezione diffusa, una sitcom impiegatizia, lontana anni luce da ogni senso di epos e pathos, e costruita giorno per giorno da situazioncelle salaci, scaramucce, battutine volatili che si divorano l’un l’altra a ciclo continuo nell’attenzione disattenta di tv accese sullo sfondo.

L’intelligenza delle cose sembra bloccata in un eterno, bidimensionale ora: il presente è saturato da un frenetico e caotico proliferare di microaccadimenti che prosciugano e sfiniscono il bisogno di “trama”, che ostruiscono i punti di fuga prospettici verso il prima e il dopo. Ogni tentativo di racconto più ampio, si sgretola contro questo fragoroso rumore. Del recente passato, rimangono solo un senso di stordimento e una serie di frammenti disordinati e contradditori, come dopo una nottata in discoteca. Il futuro è solo una promessa (una minaccia) di caos incrementale.
La piazza, come luogo del populismo e della politica, ma prim’ancora come spazio sociale e di relazione, ovverosia come luogo ove sviluppare un’intelligenza condivisa delle cose, è semplicemente morta - quantomeno nelle grandi città del centronord: è tutt’al più luogo di parcheggio o di turismo. Ma questo è un sintomo, non una causa.
Chi non ha la voglia, il tempo, gli strumenti intellettuali per provare ad aggirare o scardinare questo muro di rumore, deflette l’innato bisogno di interpretare, intelligere e creare una trama, cioè un ordine, verso l’interno, sulla materia ancora plasmabile del proprio privato: il lavoro, la famiglia, la casa. Se da quella palla informe di rumore che è lo spazio percepito del mondo emergono segnali che minacciano di toccare questo giardino segreto, questo oggetto assolutizzante degli investimenti psichici, affettivi, creativi di così tanti individui, ecco che emerge dal quieto permanere delle masse smarrite come un moto di scandalo, di sacrilegio, un germe informe di protesta e mobilitazione - più una somma di lamenti individuali che un moto organizzato, per ora. Ma poiché tutto sembra portare verso la sperequazione e l’immiserimento, probabilmente in un non lontano futuro ne vedremo delle belle.
Tutto quel che non tocca in modo immediatamente tangibile - ricordiamo, non c’è prima e non c’è dopo - il giardino segreto, passa oltre, accanto alle vite, in un senso di anestetica inevitabilità.
Ovvio che, in questa distesa di milioni di intelligenze ritratte come paguri e dedite al giardinaggio, chi ha l’energia di dotarsi di un disegno e di perseguirlo con volontà (e i villains, in questo genere di cose, sono i più bravi) ha, di questi tempi, gioco facile.
(nel titolo non c’è refuso - n.d.a.)
