Diari
18 Dicembre 2006 > di Luca Carlucci
Oh lettore! Sii clemente: son questi diari informali, poco curati nella forma e decisamente naif. Quel che m’importava qui, era solo fermare il tempo.

VENERDI’ 15 DICEMBRE
Parto da Milano in tarda mattinata con l’Eurostar Alta Velocità: passo standard effeesse fino a Novara, e poi 300 km/h fino a Torino. Ho con me alcuni fogli incasinatissimi su cui, la notte prima, ho condensato elementi trovati sulla rete e mie notazioni sul lavoro di Luis Nieto, il giovane regista colombiano/parigino che sono stato chiamato a presentare al Resfest Torino. Il programma è approfittare del viaggio in treno per buttar giù una scaletta del mio intervento e preparare alcune domande da fare a Nieto.
Il treno è semivuoto. Mi siedo. Davanti a me c’è solo una gran bella ragazza: valuto la cosa con preoccupazione, visto che non voglio distrazioni. La preoccupazione aumenta quando mi accorgo che è una giovane attrice di teatro e che sta studiando un copione: passerò tutto il viaggio sentendo lei che ripete bisbigliando, e schermandosi col foglio, le battute. Sbircio: Le follie della villeggiatura, Goldoni.
Tengo fede ai miei propositi: butto giù scaletta e domande, anche se do per scontato che quando inizierò a parlare nella capa ci avrò una splendida tabula rasa. Fuori, nella limpida giornata, sfila la pianura invernale conclusa da lunghe quinte di montagne innevate. Siparietto con controllore logorroico che pare uscito da una compagnia di teatro vernacolare piemontese, un po’ di preoccupazione per la bella attrice che si rinchiude per quasi mezz’ora in bagno – ma quando ne esce capisco che era per superiori ragioni di make-up - e siamo già a Porta Nuova.
Riconosco a me stesso d’essere nervosetto anzichennò. L’albergo in cui Resfest mi ospita, insieme a tutti gli altri invitati, è a un passo dalla stazione, in piazza Carlo Felice. Ha un nome pomposo – Hotel Roma Rocca di Cavour -, ha tre stelle ed ha l’aria un po’ fuori dal tempo, così come molte altre cose a Torino. E’ dentro uno di quegli austeri palazzoni ottocenteschi, chiusi in alto da file di lucernari aggettanti e da tetti stondati color verde rame che danno alla città un’aria piuttosto parigina. Prendo possesso della camera: una doppia (Claudia mi raggiungerà la sera) bella, spaziosa, con parquet, cassaforte, caminetto, tv satellitare. Siamo al quinto piano, e dalle finestre c’è una bellissima vista sulla città e sulle montagne retrostanti. Per alleviare un po’ stanchezza e tensione, mi distendo per una mezz’ora abbondante con gli occhi socchiusi.
Verso le quattro del pomeriggio, approdo al cinema Massimo, sotto la Mole Antonelliana, sede delle proiezioni e degli incontri diurni del festival. Faccio in tempo a cogliere, con perplessa ironia, il mio nome sul pannello metallico in mezzo alla via pedonale su cui campeggia il programma del festival. Mentre ritiro il guest pass e mi presento allo staff dei ragazzi di Resfest, odo una rassicurante ed espressiva parlata fiorentina: conosco così Fabrizio Pecori, uomo dalle mille risorse nonché direttore della rivista My Media (che, se non ricordo male, ha pure ospitato un resoconto della prima edizione di Struttura). Fabrizio è schietto, molto simpatico e iperattivo, e avremo modo di parlare lungamente durante i tre giorni di festival.
E finalmente incontro Maria Elèna Gutierrez, direttrice di Virtuality Conference, producer di Resfest Turin, nonché la persona che, grazie alle sue frequentazioni della MMM Community, ha avuto l’insana, ma per me mitica, idea di invitarmi. Il nostro primo incontro è frettoloso, visto che Maria Elena è impegnatissima a tirare i mille fili del Resfest – di cui quel venerdì è la giornata campale, data la presenza in sala di molti artisti, nonché la grande incognita della performance live di Nieto. Mi rifarò la sera stessa e i giorni successivi. Difficile descrivere Megvr, bisogna conoscerla per cogliere l’incredibile energia che promana. Durante i tre giorni di festival, è ovunque, organizza, pianifica, accoglie, presenta, ha attenzione per tutti, e tutti le vogliono in modo evidente un gran bene. Io non faccio eccezione: e quando, dopo i calorosi saluti della domenica sera di fronte al cinema, mi ritrovo sull’Eurostar di ritono a Milano, non nascondo un certo magone istintivo, simile a quello che si prova quando ci distacchiamo da certi amici dopo un viaggio passato insieme.
Video intervista di Maria Elena a La Stampa
Il primo programma a cui assisto parte alle 16, si chiama Talenti emergenti, e presenta una selezione di lavori dalle ultime due edizioni del Virtuality Conference. Le proiezioni sono precedute da un incontro col regista e animatore italiano Giorgio Ghisolfi e col giovane regista messicano Emilio Ramos. Fabrizio Pecori è il moderatore, e supera brillantemente, grazie alla sua carica umana e al suo umorismo, una serie di incovenienti tecnici che ostacolano un po’ il quieto svolgersi dell’incontro.
Ghisolfi ha lavorato molto in pubblicità, sua era la campagna della Ceres con gli omini animati dai nasi bitorzoluti precedente all’attuale Ceres Chen. Nel suo portfolio anche Blurt City, un trailer per una serie animata 2d/3d coprodotto da Bluegold: nei titoli di coda, vedo scorrere i nomi di un sacco di ex-colleghi.
Emilio Ramos è un bel ragazzo dall’aria timida e accigliata. Presenta il suo corto 2d/3d Niebla, vincitore di un sacco di premi tra cui l’ultimo Virtuality Award. Una storia evocativa, un gusto grafico e sonoro molto raffinato. E’ il lavoro di fine corso per un master in animazione cinematografica a Barcellona, poi ripreso e limato nei sei mesi successivi (per un totale di un anno e mezzo di lavoro).
L’incontro successivo, sempre moderato da Fabrizio, è con Bert&Bertie, autrici del corto non CG Phobias. Il corto è un film produttivamente molto ricco ed elaborato: girato in hd, gran lavoro sui cromatismi, set complessi, cast di veri attori, costumi, effetti speciali fotografici, digitali e prostetici. Si svolge in una sala d’aspetto ospedaliera dall’aria scalcinata e un po’ fifties, popolata da individui grotteschi e surreali affetti da rarissime forme di fobie. E’ molto ricco, ha un ottimo gusto visivo, ma, a mio modesto parere spettatoriale, un po’ irrisolto e pretestuoso.
Le due registe, due anglosassoni lunghe lunghe, carine e simpatiche, incarnano alla perfezione la figura delle londinesi cosmopolite e molto hype: sostengono l’incontro con il pubblico in modo informale e irriverente, socializzano con tutti, rilasciano interviste.
Prima dell’incontro, si siede accanto a me un ragazzo tracagnotto e vestito in modo disinvoltamente trascurato: ha la faccia molto simpatica, e due occhi vivacemente infantili ed empatici. Arriva Maria Elena e me lo presenta: appena arrivato da NYC, si tratta del mitico Pes (al secolo Adam J. Pesapane), uno dei più importanti e inventivi registi di stop-motion attualmente in circolazione. Non mi scompongo, attivo il mio inglese dadaista, e discorriamo per un po’ e amabilmente su cosa facciamo, sull’Italia etc.
Alle 20.30, arriva il momento della performance one-shot (non ripete mai i suoi happening più di una volta) di Luis Nieto. La sala è affollata. Nieto è amorevolmente assistito dall’efficiente Nicolas Schmerckin, un ragazzo argentino ma a Parigi da vent’anni, manager, producer di Resfest Parigi, fondatore della casa di prioduzione e distribuzione di short d’avanguardia Autour de Minuit, fondatore e direttore della rivista cinematografica Reperages e immagino di mille altre cose.
Nieto entra in sala. Annuncia che si produrrà in una difficile prova di tiro al bersaglio (Tiro al Blanco). Davanti a lui un tavolino coperto di carta nera e un pennarello. Una telecamera riprende tutto ciò che fa e lo trasmette allo schermo cinematografico alle sue spalle. Nieto disegna con cura due bersagli tipo quelli da freccette, con tanto di punteggi, e commenta puntigliosamente tutto ciò che fa. Eseguita l’operazione, si concentra, tira indietro la testa, la tira in avanti violentemente, e, sullo schermo gigante, vediamo i suoi bulbi oculari staccarsi dalle orbite e cadere sui due bersagli: con uno fa centro perfetto, con l’altro ci va molto vicino. Nieto si copre gli occhi con le mani, ed esce dalla sala lamentandosi e andando a sbattere contro gli ostacoli. Rimaniamo coi suoi due occhi sui bersagli disegnati. Appare la scritta “Nieto”. I due bulbi si muovono, si guardano un po’ intorno, fino a fissarsi in direzione della scritta. Sconcerto, divertimento, risate, applausi.
Ci ritroviamo tutti fuori nell’atrio. S’avvicina il momento della mia presentazione, ma cerco di non pensarci. Maria Elena ci raccoglie tutti, ospiti ed organizzatori, e ci porta fuori a cena per una pizza veloce prima della serata al The Beach sui Murazzi.
A tavola, a mia portata di conversazione: alla mia sinistra Claudia e Maria Elena, alla mia destra Schmerkin e Nieto, davanti a me il prof. Gianfranco Balbo (“capo” di Maria Elena, prof. Ordinario alla facoltà di Scienze dell’Informazione nonché vicerettore dell’ateneo torinese, nonché presidente di Virtuality Conference, nonché uno degli ideatori del Virtual Reality Multimedia Park), la capo ufficio-stampa di Virtuality/Resfest, Bert&Bertie, James Mulligan (producer Resfest UK&Ireland); nel resto del tavolo: Pes, Fabrizio Pecori, Ramos e fidanzata, e forse qualcun altro che ora mi sfugge (forse Jules e François, di cui parleremo a tempo debito). Nel corso della cena, converso per lo più in francese con Schmerkin e Nieto (coi quali ci mettiamo più o meno d’accordo su come organizzare la serata), in italiano col prof. Balbo, e in inglese tutti insieme.
Alle 22.30 da programa avremmo dovuto iniziare, ma siamo ancora al ristorante a bere birra (io) e a mangiare panna cotta (Nicolas e Luis). Maria Elena, con fare gentile ma sollecito, ci costringe ad ingollare, ci monta tutti e tre su un taxi e ci autotrasporta al The Beach. Il locale è un bello spazio con maxischermi affacciato sul Po. L’atmosfera è tranquilla, non c’è moltissima gente (a occhio e croce una cinquantina di persone), Luis e Nicolas vanno a mettere a punto le robe tecniche, io ritrovo con immenso piacere Jacopo e Giulia, appena arrivati da Milano per la serata, Maria Elena fa l’errore di ammannirci buoni-bevuta a go-go e mi attacco alle birrette. Quando si va in scena, sono allegramente rilassato a bere birra e a fumare in riva al Po.
Mi catapulto dentro, mi danno il microfono in mano, in piedi accanto a me Nieto e la traduttrice, sopra di noi lo schermo, intorno a noi, in piedi e a semicerchio, tutti i convenuti. L’orrore di sentir la propria voce amplificata dal microfono non lo avevo messo in conto. Mi emoziono un po’, tiro dritto, in qualche modo la sfango. La sessione si rivela piuttosto lunga, credo che avremmo tirato per un’ora e mezzo se non di più, e io, che speravo in uno schematico presentazione e domandine, mi ritrovo a dover gestire un andamento più complesso, con buchi da riempire, domande da improvvisare, gestire i tempi per le traduzioni etc.
Vediamo cinque o sei lavori di Nieto, il pubblico si entusiasma, Nieto, con la sua aria calma e gentile ma venata da una forte spinta surrealista, fa qualche numero (mitico il momento: Ragazza fa domanda un po’ arzigogolata sul senso del suo lavoro – Nieto risponde, placido ma deciso: no.). E insomma si arriva alla fine.
In coda, breve presentazione al pubblico di Pes, il quale, a mo’ di assaggio della retrospettiva dei suoi lavori che avverrà all’indomani, ci mostra la sua ultima fatica, il delizioso Game Over, divertente e dadaista omaggio ai videogames d’antan.
Mi ricongiungo agli amici e a un gin-tonic, Jacopo mi confermerà quella sensazione da scopa nel culo nelle prime fasi della mia presentazione, però tutto sommato mi dicono che me la sono cavata. I complimenti di Maria Elena, che non suonano per nulla di circostanza, mi rassicurano ulteriormente. La tensione cala, e io mi sento frollo come se avessi scaricato casse alla coop invece che parlato. Qualche altra bevuta, un po’ di chiacchiere, e la nottata si conclude con una traversata alle tre e mezzo di notte del centro di Torino fino all’albergo, io, Claudia, Fabrizio, Luis e Nicolas.
SABATO 16 DICEMBRE
A letto alle quattro, io e Claudia ci svegliamo alle nove. Scendiamo giù per la colazione, e ci troviamo davanti un buffet da sogno: dieci metri di tavolo con su tutto quel che un essere umano può desiderare per la colazione: affettati, formaggi, uova, biscotti, paste, pane, frutta fresca e sciroppata, frutta secca, muesli, yoghurt, marmellate, burro, fette biscottate, biscotti d’ogni foggia, brioches, succo di frutta, te, latte, caffe, acqua naturale e gassata etc etc. Felice come un bambino, mi abboffo ad oltranza.
In un tavolo vicino, anche Emilio Ramos e fidanzata fanno colazione. Emilio è timido, io pure non scherzo, e così i nostri contatti durante il festival si limiteranno a sorrisi e saluti di circostanza.
Risaliamo in camera e, dopo le fatiche della sera precendente, decido di godermela e mi concedo un bel bagno caldo in vasca. Rilassante. Molto rilassante. Troppo rilassante: impiegherò due ore a recuperare un po’ di nerbo e a smetterla di camminare come Adriano Celentano.
Verso mezzogiorno, raggiungiamo Jacopo e Giulia alla Mole Antonelliana e ci spariamo salita con ascensore sospeso in vetta, nonché il tanto agognato museo del cinema, che desideravo visitare da una vita. La location è folle e splendida, e la collezione del precinema è una delle più belle al mondo: vedere finalmente dal vivo e in funzione lanterne magiche, prassinoscopi, fenachistoscopi e diavolerie analoghe, dopo averle studiate sui libri, è stato piuttosto emozionante.
Dopo un pranzo veloce in una gyrosteria di dubbia qualità, ci fiondiamo al Massimo dove ci attende un appuntamento piuttosto atteso: il panel Advertising as an art, con Juan Jimenez, direttore creativo di Motion Theory, François Roisin e Jules Janaud, dal reparto 3D di The Mill UK, e il mitico Matteo Corbi, in rappresentanza della milanese Fast Forward.
Quando arriviamo, la tribù di FFW è già presente al gran completo: oltre a Matteo, gli altri soci fondatori, tra cui le ex master Francesca Pavone e Francesca Gualtieri, e poi un’altra vecchia conoscenza di noi MMM, il buon Filippo Casale, recente acquisto di FFWD, e un discreto numero di altri collaboratori. Filippo darà manforte a Matteo nella presentazione dal palco. I ragazzi di FFWD sono un’allegra brigata e portano una ventata di eccitazione e di allegria in platea. Sono seduto vicino a loro, e devo dire che sono davvero contento per loro perché penso si meritino fino all’ultima stilla un simile tributo.
Modera Jaime D’Alessandro, gionalista di Repubblica e XL specializzato in videogaming e new media, nonché autore del libro Play 2.0 (Rizzoli) sul mondo del gaming on-line.
Un po’ di delusione quando sappiamo che Jimenez non può intervenire perché trattenuto a L.A. da modifiche a uno spot. In compenso ci deliziamo con una selezione di lavori di Motion Theory arrivati direttamente dalla California, intervallati da alcuni agili making of. Roba stratosferica, siamo agli apici della motion graphics mondiale. Per dare un’idea, sono loro tutti gli spot HP Hands di cui abbiamo abbondantemente parlato qui sul forum.
Si passa a Roisin e Janaud di The Mill. Qui urge un prologo: i due ragazzoni francesi alti e dall’aria fricchettona, sono due ex studenti Supinfocom ed autori del mitico 90 Degrees, un corto che ha fatto il giro del mondo l’anno scorso. Sull’onda di quel progetto, finita la scuola sono passati dritti dritti al reparto 3d di The Mill, che oltre a metterli a lavorare sui progetti aziendali, ha garantito loro supporto e infrastrutture per realizzare i loro progetti personali. Così si sono associati a un terzo themilliano francese ed ex Supinfocom, uno dei realizzatori di un altro corto assolutamente mitico, Dynamo, e hanno messo su il collettivo BIF, e ci hanno presentato, oltre allo showreel istituzionale di The Mill, la loro ultima fatica, lo short Raymond, in concorso a fine gennaio al festival internazionale del cortometraggio di Clermont-Ferrand, l’appuntamento più importante in Europa, se non al mondo, per questo taglio di audiovisivi.
Raymond è, detto in due parole, una figata ed è molto divertente: un insegnante di nuoto che vuol raggiungere le balene in fondo agli oceani ma è passivo e incocludente, e viene sottoposto a una serie di esperimenti con fluidi che inducono risposte cinematiche che forse gli permetteranno di realizzare il suo sogno. Un gran delirio, di cui è difficile parlare e che va visto.
Infine arriviamo al momento di Fast Forward.
Matteo e Filippo, forse un po’ intimoriti da cotanti compagni di panel, fanno professione di umiltà, e, a mio parere, forse un filino troppo: sono una delle migliori postproduzioni italiane, se continueranno di questo passo non potranno che migliorare esponenzialmente, e dunque secondo me dovrebbero andare solo e soltanto fieri dei risultati che hanno raggiunto.
Comunque Matteo è simpatico ed energetico come sempre, Filippo cerca di rispondere a tono alle domande di Jaime, che a dire il vero vertono più sugli aspetti comunicativi dell’advertising che su quelli tecnico visuali della post per la pubblicità. Infine il tempo è tiranno, e non rimane più spazio per approfondire.
Usciamo fuori, Maria Elena aveva invitato me e Claudia a cena con lei e gli altri ospiti, seguo bovinamente il gruppo fino a un’osteria, dove ci servono vino e affettati, e impiego un’oretta buona a capire che quello è solo un aperitivo e non una cena. Durante l’aperitivo, presenti Pes, Schmerkin, Nieto, Janaud, Roisin, D’alessandro, Alessandra C e altri, chiacchiero piuttosto a lungo col prof. Balbo e la moglie a proposito della collezione Lombroso e dei destini della psichiatria italiana, poi, causa sigaretta, m’imbatto in Jaime D’Alessandro sul marciapiede lì fuori. Cominciamo una lunga e divertente discussione su ciò che abbiamo visto, sui nostri lavori, gli parlo della MMM Community, ci scambiamo i contatti e ci ripromettiamo di aggiornarci presto.
Articoli di D’Alessandro per XL
Domenico Quaranta recensisce Play 2.0
Si torna tutti al Massimo. E’ il momento di Pes.
Maria Elena introduce la serata, come sempre con grande energia e competenza. Io sono seduto in seconda fila dritto davanti a lei. Ed è li che mi macchio di un crimine esilarante: Megvr deve annunciare la festa notturna all’Hiroshima Mon Amour col dj finlandese Luomo. Per farlo, con una piccola imperfezione californiana nel suo per altro ottimo italiano, dice “e vi ricordo stasera la festa de Luomo”, io sgrano gli occhi istintivamente stupefatto da quell’affermazione (io, come gli altri presenti, abbiamo capito “la festa dell’Uomo”), lei vede la mia espressione trasecolata, capisce il qui pro quo, e le viene una crisi di ridarella che domina solo dopo un certo sforzo.
Pes è mitico, supersimpatico, parla con grande proprietà di linguaggio (ho scoperto, in seguito, che è laureato in letteratura gotica) e con grande lucidità e coscienza del proprio lavoro. Il pubblico è entusiasta, e lui regge la scena in modo amabile e perfetto. Non c’è da aggiungere altro, se non guardare Roof Sex e gli altri suoi lavori.
Dopo la proiezione, uscendo dalla sala, me lo ritrovo accanto, lo saluto, gli faccio i complimenti e gli chiedo se quando ha iniziato a fare stop motion con gli objects trouvés conosceva già il lavoro dei grandi sperimentatori della stop motion come Svankmajer e McLaren, e lui mi risponde che li ha conosciuti mentre iniziava, perché si è messo a studiarli per imparare a fare sto-mo.
Si finisce tutti a cena in uno dei migliori ristoranti di Torino. Cena lunga e rilassata che si conclude a suon di grappini verso l’una e mezza. Durante la cena ho occasione di conoscere Max Curatella, accompagnato dalla gentile e carina fidanzata. Max è romano, ed è il vulcanico deus ex machina di quell’eroico portale che è CGItalia: dico eroico perché, a dispetto di tutte le chiusure e confraternite che contraddistinguono il mondo della CGI italiana, cerca di essere un punto di riferimento webbico che di queste chiusure e confraternite si fa un baffo. Max ha una gran parlantina e molta energia, discorriamo a lungo dei problemi e delle caratteristiche della situazione postproduttiva italiana, lui mi parla di CGItalia, io della MMM Community, e ci ripromettiamo di creare un qualche ponte fra le due realtà.
Maria Elena ci imbarca tutti sui taxi, e ariviamo all’Hiroshima Mon Amour, vicino al Lingotto, verso le due di notte. Casino, birre, un sacco di ragazzini alternativi, piano piano finiamo tutti fuori a bere e a chiacchierare. Prima faccio capannello con Alessandra C (giornalista in new media per La Stampa e autrice del romanzo Einaudi a tema videogames Skin) e con Nicola Mirizio e Claudia di MGM, la compagnia di comunicazione ed eventi della giornalista Maria Grazia Mattei. Parlo anche loro della MMM Community, e invito Nicola, che fa ufficio stampa e pubbliche relazioni, a pubblicizzare le iniziative di MGM sul forum. Per la gioia di Tom, mi dicono che in febbraio porteranno John Maeda alla mediateca di Santa Teresa qui a Milano.
Dopo di che, mi intrattengo abbastanza a lungo con François e Jules, che sono chiacchieroni e sbevazzoni quanto è giusto essere. Parliamo del loro lavoro a The Mill, di Raymond, del festival di Clermont-Ferrand e probabilemnte di molte altre cose che ora non ricordo, visto che ero decisamente crevé.
Festival International du Court Metrage de Clermont-Ferrand
Alle quattro mezzo un taxi ci riporta all’albergo, e alle cinque finalmente Morfeo.
DOMENICA 17 DICEMBRE
Nonostante la nottataccia, alle nove e mezzo siamo in piedi: perché Claudia deve tornare a Milano e perché io non voglio mancare il luculliano buffet.
Claudia parte, e anche Giulia e Jacopo tornano verso casa. Io me ne torno in camera, faccio una bella doccia calda, lascio i bagagli al deposito dell’albergo, e mi concedo una mattinata da gentiluomo.
Passeggio pigramente per il centro, faccio una lunga passeggiata sul Po, da un lato percorso sterrato che fiancheggia un parco, dall’altro il piano pedonale e minerale dei Murazzi.
Torino è fredda e bella. Sembra una piccola Parigi, più selvaggia e austera. Il Po brulica di uccelli acquatici: centinaia di gabbiani, germani reali, trampolieri arruffati.
Compro il Sole 24 Ore perché c’è il domenicale, e vado a mangiare in un bel caffè vecchio, con tanto di insegna Cinzano in vetro tutta sbrecciata, e con tutti segni del tempo lasciati a far bella mostra di sé. Dopo un arrosto con patate e un bicchiere di dolcetto, m’avvio lemme lemme verso il cinema.
Il Panel delle due, moderato da Max Curatella di CGI Italia, riguarda una selezione di opere italiane selezionate da Cult, canale satellitare di Fox Italia – presente nella persona del brand manager Riccardo Chiattelli. Purtroppo, molti degli ospiti annunciati hanno dato forfait, e degli autori dei video è presente solo Jacopo Chessa, storico del cinema, sceneggiatore e attore improvvisato del divertente quanto svalvolato Overdrive.
Parlerò di questo panel in separata sede. Menziono solo l’enorme piacere nel vedere che fra le opere selezionate era presente il Blow del nostro Hermes “Hem” Mangialardo. Mitico Hem!
La sessione successiva era dedicata a videoclip musicali, per lo più anglosassoni. Alcuni bei lavori, e nel mezzo, un’inevitabile pennichella.
Alle 18 mi avvio a partire. Saluto Roisin e Janaud, ultimi superstiti fra gli ospiti, saluto i ragazzi dello staff, tra cui la preziosa Antonella Meloni, che ha risolto brillantemente alcuni problemi di logistica che le avevo intempestivamente posto la sera prima di partire, chiamo Maria Elena perché non la vedo a giro, e lei m’impone d’aspettarla perché mi vuol salutare di persona. Dopo dieci minuti arriva. Ripercorriamo un po’ questi tre giorni intensi, vagheggiamo di future collaborazioni e ci salutiamo molto affettuosamente.
M’incammino un po’ tristanzuolo verso la stazione, guadagno l’Eurostar AV, durante il viaggio dormicchio origliando le comiche telefonate di un industriale aretino buggerato da Trenitalia.
A Milano m’accoglie la pioggia, ma il mio umore, per una volta, è a tenuta stagna.
[diario postato originariamente sul MMM Community Forum]

tuttora malconcio e stanco per una lieve indisposizione e l’eccesso di lavoro, accendo il portatile sul tardi, vedo il feed aggiornato e mi immergo pronto nella lettura. provo invidia per non esser stato presente, rassegnazione perchè non avrei potuto, contentezza nel leggere una descrizione dettagliata che mi fa sentire un po’ come se avessi partecipato.
ci vedremo a febbraio con john maeda… e tra pochi giorni dinanzi a qualche birretta per una descrizione a voce.
complimenti, un abbraccio, a presto.
Bene, contento che tu abbia trovato il resoconto esaustivo, che era lo scopo principale di quel testo.
Birrette o anche una bella boccia di Nobile di Montepulciano. Sì, sì, ho un po’ di cose da raccontarti. Un abbraccio Tom, e a ben tra poco: ti porto in dono un bel François fresco di Londra - in questo momento è di là spaparanzato sul letto a leggersi Lester Bangs.
Bravo Luca, ben “reportato” dalle serate/nottate Resfestiane…
no se preocupe per l’erronea citazione del mio nome nei diari!
avevo paura che scrivessi: “una tipa con un improbabile cappellino di pile a strisce che barcollava sciorinando uno splendido fluent french chiaramente dovuto ai forti cocktail dell’hiroshima”
buone feste! ci vediamo dal Maeda!
Oilà, benvenuta Claudia! Sapevo, ero sicuro d’aver fallato - sai com’è, l’età e i gin tonic avanzano implacabili - tant’è vero che ho contattato il buon Nicola in cerca di conforto cognitivo. Ma sei arrivata prima tu della sua risposta. Provvedo all’istante alle opportune correzioni.
A rivedersi presto nelle vie meneghine o digitali o altrove, e di sicuro al cospetto di Maeda.