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Il

Ohè, plebaglia! Vi rode che i marchesi Frescobaldi hanno invitato Silvio e non voi al cenone inaugurale del Castello di Nipozzano nel Chianti, eh?
So che voi lettori sinistroidi vi crogiuolate nei miti pauperistici e nel narcisimo dei pezzenti, ma questo non è un buon motivo per ostinarsi ad ignorare ciò che la classe dirigente (e vorrei dire: superiore) sta cucinando alle vostre spalle. Quindi giù quella scodella di pasta e fagioli: leggete ed affinatevi.
cuoco

Tra illuminazioni del sé e perplessità aromatiche, design esistenziale e torsioni gustative, è un momento felice per la gastronomia in terra italica. Lumi e numi tutelari dell’intingolo transnazionale, preannunciati da un allegro sferragliar di ghiotte, attraversano lo stivale a seminar una buona novella oscillante tra semplicità artusiane e bizantinismi tardocatalani, umiliando pastasciutte affrettate e frittate asciutte a suon di mistici goticismi medioevali in dolceforte, oppure, precedute da vini dalla finta di corposo facile, spiazzando le nostre routines mascellari con mousses e spume che paiono bypassare il cavo orale, filtrando direttamente nei meati - o nell’ anima, che poi è lo stesso.

La rivoluzione del gusto è democratica, e vuol scuotere gli intestini sia della vile plebaglia, i pizza’ s people, sia della plebaglia delle ville, dei volgari profeti del caviale del Volga, incacreniti dai falsi miti dello chic e del trend come entità distinte - ormai esiste solo lo chictrend, che, a colpo di paradosso, si salda spesso al pragmatismo del camionista col buco allo stomaco in affannosa ricerca di trattoria (il fagiolo cannellino come figura del sublime). Che poi sian solo quelli delle ville a poter toccare con lingua il messaggio dei Profeti Culinari, è questione incidentale, che riguarda la statistica e non la felicità dei premolari quando stritolano, o abbraccio mortale e succoso!, un bombolotto di cochon sauvage, farcito di crema prugnée e accompagnato en sauce de champignons batards à la vieille manière.

Dalla manière al maniero il salto è breve. Proprio in un ‘joli petit chateau‘ ( come avrebbe detto il nostro Montaigne), apoteosi del pitoresque, gemma incastonata sui dolci declivi toscani come un ciliegione di Vignola torreggia e rosseggia su uno sformato di vongole e stamburzi (erba medicamentosa che strapperà una lacrima di nostaglia a tutte le nonne prealpine che leggeranno queste righe), proprio nel chiuso-aperto di mura silicee recentemente restituite alla gioventù dalla costanza marchese del clan Frescobaldi, s’è tenuta la fatimesca apparizione di Quattro Cavalieri senza macchia di ragù, lontani da ogni onta d’unto, appartenenti di diritto all’Ordine della Giardiniera - Honni soit qui mal de panz.

Cuochi, certo. Ma, pur apprezzando i brividi del crimine, non possiamo insozzarci a tal punto da dirli cuochi e basta. Picari della scodella, demoni della schiumarola, senza patria e dalla mille patrie, alchimisti sulfurei dello zolfino, annoiati dandy che sublimano lo spleen inseguendo la perfezione dello sformato, o della toilette dell’omelette, libertini sadici che sodomizzano spinaci senza ricorrere alle scivolose lubrificazioni di olii e burri, che stuprano con cardi e rape dell’Alta Renania capponi come fossero vergini perverse e adorabili, diavoli usciti da un incubo carnale di Suor Germana - e al tempo stesso, abili e umili artigiani dell’umido, impegnati a piallare faticosamente crustelli di lemure stracco in crosta friandise, salpalà poirées alla turcomanna, spranghelle di capra di Capri rifilate al bonzo - il mistico tibetano è stato infatti l’unico tra gli ospiti a chiederle due volte.

Ecco, prima dei cuochi, gli ospiti - l’altro polo della divina diade boccone-bolo. Al castelletto di Nipozzano, esteticamente rifondato per divenire centro della cultura culinaria internazionale, nonché meta di pellegrinaggi enologici, i Frescobaldi hanno riunito una sagomata trancia d’umanità, ricca d’ingredienti e contrastata come un sontuoso timballo abruzzese. Si tratta ovviamente della soirée inaugurale, intitolata “Wine and Stars”, riferendosi certo alla natura siderale e cosmologjca dei tannini.

Oltre al fiero rampollarne della migliore nobiltà italiana (Beogezia Ballista Rovinati, Bulimia Fuordibocca Inculcati, Bolindro Parabellum de’ Fecazio, Bastiglia Reconquistada Fossèvero, solo per citare quelli che inziano con la B), incrociamo forchette e gamelle con i migliori crus di politica, imprenditoria, spettacolo e giornalismo. Impossibile citarli tutti, e allora abbozziamo solo qualche rapido esquisse, minima moralia che fungano da exempla edificanti per i lettori in cerca di briciole di stile.

Marco Tronchetti Provera, che risucchia con studiato esibizionismo orale uno stillicyde di pirelli marmoladi alla zigrinata. Accanto, Franco Tatò, manager mondano e mondana manageriale, che laparatomizza una quaglia flamboyante alla piromanna. Tra i due la contorsionista flamenca Natalia Estrada che, forse contagiata dalla follia dei piatti, decide di assaporare le portate privandosi delle mani (tenute a scomparsa sotto il tavolo, come protese verso i tronchetti di Provera e Tatò), e la ricordiamo lappare come gattina un tourbillon brodé di mascarelli e golombrine salmonate all’aroma di castrato, salvo poi leccarsi le dita stillanti una nivea crème blanche raccolta chissà dove.
Poco più in là, Silvio Berlusconi, crudele pirata dei conticorrenti, cinico e colorito bucaniere che toglie, con la sua presenza tavernicola, ogni freddezza e formalità alla serata, s’arrabatta da par suo intorno su un incoronamento di salmoni animati da panna e barbera, con contorno di scalmi e friselle. E poi mille altri: Ricky Tognazzi e s’ignora, Ricky Martin, Ricky Memphis, Ricky Cunningham - vero ultrà delle lenticchie.

Ad animar fornelli e mantici, a rosolare e mantecare, i Frescobaldi hanno chiamato quattro Maestri del mestolo newgastronomico, che si sono divisi un menù strutturato in stagioni.

Alla primavera ci pensa Nobu Matsushita, guru mondiale della cucina fusion, nonché già vicepresidente dell’A.F.V.Y., l’Associazione Familiari Vittime della Yakuza (commovente è stato l’abbraccio tra Nobu e Castagna, presidente dell’A.F.V.J., l’Associazione Familiari Vittime della Jacuzzi). Caratteristica principale della cucina fusion, com’è universalmente noto, è servirsi dell’estrema incadescenza delle pietanze per confondere sapori e nuances aromatiche nel topos epifanico dell’ustione palatina. Così, tra urla e strazi di apprezzamento, Nobu ha presentato la sua nuova creazione: rottamatura di branzini e cerniobil à la mode de Cracatoa, con rapini deflorati in olio di gomito bollente.

L’Estate è appannaggio dell’italiano Giorgio Pinchiorri, gestore dell’omonima Enoteca, che per l’occasione ha rivisitato un classico toscano: inculatelle feroci di lampredotto alla Zeffirelli, con trippature paludate allo sboccadito, su un letto di pomodirini proni, guanciale e laudano al basilisco.

All’americano Charlie Palmer è toccato l’autunno, com’ è naturale, vista l’inclinazione melancolica e la sensibilità decadentistica tipica degli statunitensi. Lo chef di New York, leader indiscusso della scuola country-chic, ha così presentato un piatto davvero in tono col tema: una smargiassata di marshmallow alla griglia, con pirotecnie di rodeo chips e gelatine al keciappo idrogenato, chiusa da una barriera corallina in grasso animale, e ornata da psicosi di gamberetti tonnati e caramellati al fagiano garrulo.

Infine, l’inverno è toccato al bavarese Hans Haas, che ha sapientemente e originalmente rivisitato suggestioni culinarie della natia Monaco, presentando un piatto che lui chiama Oktober Fest’s Pissoir: scolmatura di wurstel cavi insalsicciati l’uno nell’altro, entro cui scorre una vellutata di reni, crauti e birra spaten, che a sua volta trasporta dolci e preziose kleine scheisse mit strunz, tipici crostoncini molli, dal colore marroncino e dal gusto assolutamente inconfondibile.

Torta della nonna, caffè e ammazzacaffè hanno chiuso la memorabile serata.

Svezzati dai nostri grigi ori mandibolari, ebbri di spezie e afrori, dopo i saluti di rito a patron Frescobaldi, ce ne torniamo a casa.
Mentre guido nella notte, il mio pensiero va alle mute case anonime che mi sfrecciano ai lati, dove riposano sazi d’ignoranza e occlusi da mancanza di prospettive, poveri stomaci colmi di tortelloni ricotta e spinaci, puntine di maiale alla griglia, cannelloni, crespelle, lasagne, ravioli, involtini, scaloppe, tagliatelle, spaghetti. Sarà la coscienza allargata dall’esperienza appena vissuta, sarà la tristezza dei miei pensieri, ma ecco che mi prende un magone, che dalla testa piano piano si localizza nel petto, e poi scende alla bocca dello stomaco, per poi calare nella zona tra pancia e intestino.
Animo troppo sensibile, mi sento tutto sommuovere, ondeggio tra l’acidità e la nausea, e mi tocca accostare in una piazzola e vomitare come un dannato. Mentre rigetto l’anima, mi accorgo di essere in compagnia di Gianfranco Ferrè e Gigi Sabani, anch’essi presenti alla serata e come me boccheggianti ai margini dell’asfalto.
Possibile che pure loro si siano intristiti pensando allo squallore nutritizio della gente comune?

Risalgo in macchina. Un dubbio mi sfiora. Solo un attimo. Poi, direttamente dallo stomaco, mi torna in bocca l’aroma di un delizioso crostoncino molle di Hans Haas. Quando riparto, sono di nuovo convinto d’essere un privilegiato.

(Luca Carlucci, testo pubblicato su Cuore, anno X, n.52, giugno 2000)

3 risposte a “Il”

  1. il 05 Gen 2007 alle 23:09minoio
  2. il 06 Gen 2007 alle 01:14mastrombroso
  3. il 06 Gen 2007 alle 01:40Luca Carlucci

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