La
2 Febbraio 2007 > di Luca Carlucci
Colleziono reietti. Ne ho trentotto, adesso, che mi guardano dal muro.
Tutti seduti sulla stessa sedia, davanti allo stesso tavolo, col vino e la zuppa, presi dallo stesso angolo, e le pose s’assomigliano - cerco, se posso, di catturarli col cucchiaio a mezz’aria e la bocca chiusa. Ma alcuni guardano in tralice nell’obiettivo. Gli altri, perlopiù, nel piatto.
E’ una galleria di occhi trasparenti, e occhi neri, e ciglia folte, barbe ispide, capillari rotti, cappelli e capelli sopraffatti, e spalle curve, e dita nere, e ventri gonfi, e piedi usurati come vecchie lime. Dietro, solo il bianco del muro del soggiorno che ho snudato allo scopo.
Non è facile trovarli. Più preciso, scrivi più preciso. Non è facile trovare quelli giusti. Quelli del centro no - non so, cercarli alla stazione o nei dintorni del corso mi parrebbe, come dire, inappropriato. Così li cerco nei rami anonimi e infruttuosi che sbrancano dalla circonvallazione. Quando ne avvisto uno, provo ancora il tuffo al cuore del cercatore che trova. E lì, in quelle vie dimenticate, è quasi sempre quello giusto.
Con loro parlo poco, e solo del cibo e del freddo. Non chiedo altro, non voglio sapere altro. Sottolinealo. E’ importante questo. A volte, durante il viaggio in macchina, alcuni parlano, farfugliano, bocche intorpidite e accenti stranieri, e io mi stacco le orecchie e mi lascio scivolar sopra un brusio informe.
Se non riesco, e il brusio prende forma, devo fermarmi e farli scendere.
Dopo che ho finito, li rilascio lontano, ai margini di qualche periferia. E’, lo ammetto, un cedere al facile e banale che mal s’abbina al rigore della mia collezione. Ma il rilascio è la fase più critica, eppure secondaria, e allora perchè rischiare di perdere tutto.
Poi torno a casa, mi faccio una doccia lunga, accurata.
Dopo mi rado lentamente più e più volte in cerca di conforto.
Dopo vado nello studio. Sistemo la poltrona davanti al mio piccolo Pantheon di derelitti, e li ripasso in rassegna cogli occhi, uno a uno. Una volta. E poi un’altra. E poi ancora. E ancora, e ancora, finché non sento il tema emergere, farsi assordante, e il ticchettio di tutte quelle piccole variazioni svanire, smorzandosi, nell’indistinto dell’eguale.
(Sii più preciso. Scrivi di domani. Che da domani ricercherai il tuo ultimo pezzo, quello hai appena aggiunto, nascosto in un qualche trafiletto di giornale. E quando, e se, lo troverai, proverai piacere, e proverai a leggere, e potrai leggere solo strizzando gli occhi come se guardassi il sole. Scrivilo questo. Devi essere preciso).
[Piccola fantasia criminale apparsa effimeramente col titolo Scrivi di domani su “Un post al sole“, maxiconcorso a premi per racconti comunisti dandy di Nazione Indiana]

