Il disastro comunicativo di Ritalia
13 Giugno 2007 > di Luca Carlucci
In seguito alla messa on-line del portale nazionale del turismo www.italia.it, e alla conseguente ondata di indignazione scaturita dal costo e dalla qualità indegna del sito, sono nate sul web due iniziative di particolare rilievo: scandaloitaliano (blog collettivo di attivismo civico e informazione autoprodotta di cui sono stato co-fondatore, co-macchinista e contributor), e Ritalia-Riprogetti per italia.it, spontanea aggregazione di cittadini, per lo più professionisti di web, marketing turistico e comunicazione in senso lato, mossi dalla voglia di reagire e fare qualcosa (questo qualcosa ha fatto un po’ fatica a definirsi, ma si è instradato verso una giornata di incontro e scambio orientata alla riprogettazione di italia.it e intitolata “RitaliaCamp”).
A titolo individuale, ho aderito a Ritalia, e partecipato al camp, pur non occupandomi professionalmente né di web né di turismo. A titolo di macchinista di scandaloitaliano, ho cercato di contribuire a Ritalia al massimo che ho potuto: insistendo affinché il blog “sponsorizzasse” corposamente Ritalia atrraverso post dedicati e banner (e da scandaloitaliano centinaia, se non migliaia, di visite si sono redirette verso Ritalia), e collaborando amichevolmente con gli organizzatori in termini di scambio di informazioni e di contatti.
Ho spedito il testo che segue, scritto di getto, sanguigno e polemico (nelle mie intenzioni “generosamente”, nella percezione dei recipienti, “sterilmente”), in mail privata agli organizzatori del Ritalia Camp il 3 aprile 2007, pochi giorni dopo lo svolgimento del camp stesso, tenutosi all’università Bicocca a Milano il 31 marzo 2007. Chiedevo provocatoriamente che lo publicassero come post sul blog ufficiale di Ritalia. Ovviamente, e comprensibilmente, la risposta è stata negativa.
Il primo, grandissimo errore è stato nella scelta degli strumenti. Ritalia, aggregazione di decine, centinaia di persone che dovevano sviluppare, proporre, elaborare, discutere, si è affidata al wiki, strumento eccezionale che però, da questo punto di vista, è quanto di più statico, di meno funzionale e stimolante possa esistere.
Successivamente ha attivato un blog, dove il board degli organizzatori, circa 6-7 persone, postano i loro punti di vista e i loro “indirizzi. Il blog non è configurato “comunicativamente” come aperto, non campeggiano inviti a partecipare o strumenti e agganci che invitino al posting. E’ un blog dove ogni tanto appare un messaggio di uno dei 6-7, non si capisce bene a che titolo e seguendo quale logica o progetto.
[N.B.: se state leggendo questo testo sul blog di Ritalia, è perché ho spedito una mail agli organizzatori chiedendo che lo pubblicassero, e loro hanno accettato. Se lo leggerete altrove, è perché non l’hanno pubblicato]
Ma anche fosse stato aperto, il blog non è chiaramente il dispositivo migliore per una discussione di massa: ha un impianto “editoriale”, è poco permeabile alla partecipazione diffusa di pari fra pari per l’elaborazione progettuale e la raccolta e l’ordinamento delle idee in campo.
Terzo strumento, la chat/swarm su Skype: tante persone che chiacchierano volatilmente in tempo reale sovrapponendosi le une alle altre, mischiando i fili, le opinioni. E alla fine, ciò che rimane, sono dei log pressoché inutilizzabili.
Si è trovato il tempo per bischerate hype come Second Life (con risultati a detta di tutti o irritanti o fantozziani), per la marchettina con Yahoo, e nessuno ha pensato ad attivare, fin da subito, quello che era lo strumento più naturale e funzionale per una agorà destinata ad elaborare: un forum (esempio a me familiare). Uno stupidissimo forum, con stanze, thread, temi, in cui tutti i ritaliani, con semplicità e immediatezza, avrebbero potuto subito cominciare a discutere progettualmente, agilmente, con un certo ordine, tutti i materiali sarebbe stati facilmente fruibili, i fili di dialoghi si sarebbero sviluppati bene. E cmq molto meglio di quanto è avvenuto, online, sin qui: online, progettualmente, ritalia non ha fatto sostanzialmente nulla. Il wiki è poverissimo: centinaia di persone aderiscono online a un progetto che nasce online, e in un mese di tempo tutto quel che ne esce sono una lista di partecipanti, una lista di presentazioni, e tre frasette qua e là. Un mese sostanzialmente fermi: tutti gli sforzi, invero eroici, di quei 6/7, sono stati per l’organizzazione logistica di una giornata in Bicocca. Ma un mese di idee, di slancio, di fermento, sono stati bloccati dalla mancanza di strumenti comunicativi di “comunità”.
Io trovo questo fenomeno curioso, e, addossandone la responsabilità a tutti gli aderenti a Ritalia, m’interrogo sul suo significato. Da un lato la sempiterna delega agli altri a fare, questo è sicuro; dall’altro, forse, una certa “comodità psicologica” per gli organizzatori, non vincolati, nelle loro scelte decisionali, da un feedback chiaro e massiccio da parte degli aderenti a Ritalia.
Il disastro comunicativo, e forse anche progettuale, di Ritalia, si espleta anche nelle sue movenze pachidermiche. In un mese si è partorita una piacevole e stimolante merenda intellettuale di massa (il barcamp), e prima, di sostanziale e progettuale, di intellettualmente stimolante e attivo, il nulla: solo una bozza di progetto genericissima e a 360 gradi (giustamente: finché la gente non parla e non comincia a elaborare, com’è possibile sapere cos’è Ritalia?). Adesso si va verso un altro mese di elaborazioni (sul wiki!) che sfoceranno, mi tremano i polsi a dirlo, nella “votazione delle idee migliori”. Tipo assemblea di liceo occupato, o sindacale. La morte, letterale, di ogni pratica progettuale: che è fatta di agilità, omogeneità, efficacia, del chi fa decide, aggregazione, pragmaticità.
Si arriverà alla votazione, coloro i quali avranno avuto cuore di montare la loro proposta su quel mortorio del wiki aspetteranno l’esito, e poi? Che si fa? Forse si comincerà a fare dei gruppi di lavoro? Forse, finalmente, due mesi dopo l’inizio dei giochi, si comincerà a pensare a come fare qualcosa, ai metodi di lavoro, agli strumenti comunicativi etc etc In assenza per altro di una elaborazione di una lettura condivisa e/o contrattata delle cose (che non si fa in un pomeriggio, assistendo a shottini di 20 minuti l’uno sugli argomenti più disparati, ma si fa parlandone e scambiando opinioni in pubblico, a lungo e massicciamente: ma ormai il momento è andato perduto). Se italia.it è un esempio da non imitare, questi tempi ministeriali sono un pessimo inizio.
Il disastro comunicativo di Ritalia passa anche per la sua rincorsa ai media. Prim’ancora che vi fosse uno straccio di idea sul tappeto, c’era già l’immancabile “ufficio stampa”, coi suoi comunicati, i suoi referenti etc. Ma perchè? Cosa avete da comunicare ai media, di così importante? Che ve ne frega? Non vi bastate ai voi stessi? Non avete fiducia nella vostra capacità progettuale? Poi capirei, una volta che c’è un progetto forte, uno dice, proviamo a farlo incidere, e comunica ai media. Ma così? Cosa gli dite ai media? Ci troveremo boh, faremo, vediamo, chissà. In questo stadio delle cose, cosa servono i media a Ritalia? Cosa apportano di utile, al di là dello stimolare il narcisismo dei partecipanti, e il contemporaneo esporli al rischio del velleitarismo e dell’inconcludenza?
Per non dire poi della moscezza di questa rincorsa ai media: tutto un continuo, frenetico piagnucolare “ah ma noi non lo facciamo per polemica, per carità, non siamo contro nulla, non siamo oppositori, eversori, terroristi!”. Come se dire che un sito costato milioni di euro pubblici e fatto coi piedi è una cosa brutta, fosse chissà quale slancio di opposizione al sistema! Gesù, se la prospettiva è quella di cambiare e migliorare le cose, siamo messi proprio male. Così Ritalia, riprogetti per italia.it, s’è svolto senza alcuna riflessione sul significato di italia.it, cioè sul motivo generante di Ritalia stessa. Spassosissimo. Appena uno osava dire “bif” su italia.it, il panico serpeggiava, e l’imbarazzo scendeva sul consesso (sia quello online del blog, sia quello fisico in Bicocca, per quel che ho potuto vedere): eh, ma non si fa, non sta bene, la trasparenza, il dialogo, il dialogo, non siamo qui per parlare di questo etc etc.
E mentre il dialogo in rete latitava, se si eccettuano alcune chattate su Skype, e 300 persone se ne stavano sostanzialmente separate, senza fare community e elaborazione, in attesa di una merenda intellettuale, si ricercava disperatamente un dialogo con le aziende [IBM/ITS/Tiscover, le 3 aziende che si sono cuccate 9.6 milioni di euro pubblici per realizzare il portale ciofeca - ndr] e la politica, anziché aspettare di avere un progetto forte, e posizioni di forza progettuale che spingessero aziende e politica a cercare il dialogo con Ritalia, e non viceversa.
Risultato: la politica ha sfanculato allegramente, e ha mandato a far da parafulmine le aziende (lo volete il saldo? Mo’ i cetrioli volanti ve li beccate voi). Le aziende cos’hanno fatto? Qualche comunicato anonimo, in un deserto totale di partecipazione, su un blogghettino-cuccia amorevolmente preparato loro dagli organizzatori di Ritalia. I quali, con una sprovvedutezza che lascia francamente basiti, a pochi minuti dell’avvio del “dialogo” non avevano ancora riflettuto sulle modalità con cui questo doveva avvenire (e alcuni di loro erano perfino all’oscuro della cosa!). Come fosse un particolare insignificante, e non invece fondamentale. Li hanno cercati, li hanno invitati, gli hanno permesso di postare dall’alto, e infine gli hanno fatto il blogguccio dedicato. A me, che sono iscritto a Ritalia da settimane, e ho partecipato all’evento, nessuno mi ha mai invitato a scrivere sul blog, nemmeno attraverso una miserella scritta “partecipa” apposta sul medesimo. E come a me, ne sono convinto, è successo ad altri centinaia di partecipanti. Ah, però, IBM è un’altra cosa.
Non metto in questione la buonafede di nessuno: però forse pensare che l’unico faro di questa condotta sia stata un’ansia scriteriata di sentirsi importanti, e di far notizia, non è pensar male.
Il risultato, disastroso sotto quasi tutti i punti di vista (si salva il Camp, giornata piacevolissima, ma sfocata e dispersiva), è questo:
1. dialogo online generale (ritalia-ritalia, ritalia-politica, ritalia-aziende), zero.
2. Dialogo a Bicocca Ritalia-aziende, non posso dire. L’unico uomo IBM che ho visto parlare, nelle quattro presentazioni cui ho partecipato, ha aperto bocca per dire, con fare minimizzante e un po’ scocciato (però una nuance di pudore la si intuiva dallo sguardo basso), che il sito è costato “molto meno”. Di cosa, non è chiaro.
3. I media ufficiali, quelli stupidini, rendono conto dell’evento non riuscendo a dire esattamente cos’è successo (persone si ritrovano e chiacchierano amabilmente), però infarciscono le loro cronache di frasi tipo “italia.it non raccoglie solo consensi”, e di IBM qui IBM là, il dialogo, il dialogo, partecipano, IBM, il dialogo. Ottimo. Un risultato incisivo, e che aiuta l’opinione pubblica a capire lo stato del portale, la politica a sentirsi stimolata a agire, e le aziende a darsi da fare.
4. I media web, più oculati, evitano di smarchettare per IBM, ma anche loro si chiedono: ma che è successo al RitaliaCamp? A che servirà tutto ciò? (ma che c’entra italia.it con tutto questo, aggiungo io?).
In compenso, fra un mese, si metteranno ai voti le idee migliori.
Amen.
(Milano, 3 Aprile 2007)
Addendum 1
Nello spazio commenti di scandaloitaliano relativo al post che annunciava l’apertura del “dialogo” tra IBM e Ritalia, e nei commenti dell’analogo post sul blog di Ritalia stessa, il 28 marzo, dunque tre giorni prima del Camp, esprimevo in modo più pacato le mie perplessità sulla piega che mi pareva avessero preso le cose ritaliane. Senza per altro ottenere risposte significative.
… Secondo me italia.it non è una truffa (intendendo la parola in senso proprio, come evento eccezionale, deliberato e criminoso), ma è il frutto conseguente di storture sistemiche: è, in altre parole, terribilmente normale.
Ed è di questo scandalo di una normalità aberrante che parla scandaloitaliano. Non ho trovato alcuna evidenza di illeciti particolari, né ne ero in cerca: se per caso emergessero, vedremo il da farsi. Ma questo non è mai stato il mio punto, né era parte della progettualità del blog.
Quali sono queste storture sistemiche? Beh, se n’è parlato approfonditamente per un mese, e credo che ognuno le veda. Riassumendo grossolanamente:
- una classe politica sempre più configurata come casta, come “satrapia”, il cui unico interesse e la cui unica competenza vera è quella di occupare poltrone, scambiarsele, intercambiarsele, del tutto a prescindere da concetti come progettualità, competenza, responsabilità, interesse comune, sviluppo, raccordo con la società e con la realtà del paese etc.
- un conseguente sistema della Pubblica Amministrazione radicalmente disabituato alla trasparenza e al controllo da parte della cittadinanza: comportandosi loro da satrapi, è chiaro che tale opacità è del tutto funzionale a poter disporre del denaro pubblico nel modo più “libero” e bizantino possibile;
- un circolo vizioso economico, per cui perfino aziende importantissime e di nome si prestano a confezionare prodotti professionalmente disonorevoli in nome delle commesse pubbliche;
- una mortificazione politica e gestionale pervasiva, capillare e massiva della competenza, della professionalità, del coraggio progettuale, della creatività;
- un totale disinteresse, questo sì socialmente ed eticamente criminale, a quella che è l’unica base e l’unica speranza per far crescere e sviluppare il paese: l’istruzione, la formazione, la creazione di laboratori e centri di sviluppo e ricerca che attraggano le energie migliori e più appassionate del paese. I soldi ci sono, ce ne sono tanti, a fiumi, a oceani, e vengono sputtanati in michiate funzionali agli equilibri e agli scambi politici-economici delle satrapie: con 45 milioni di euro (che, ricordiamolo, sono solo una goccia nel mare degli scriteriati investimenti tecnolgioci pubblici: si parla di miliardi di euro), e voi lo sapete meglio di me, si potrebbe creare un laboratorio “sociale” di sviluppo e ideazione web da urlo. Prendete 40 persone competenti e appassionate, date loro 45 milioni di euro (!!), due anni di lavoro, il compito di creare un progetto con filosofia open-knowledge, quindi aperto e che oltre a fare un prodotto faccia insieme conoscenza e formazione e collaborazione. Dopo due anni ti ritroveresti con un progetto dinamico e fiammante, e con reti di conoscenza, e con persone cresciute, e con un centro di eccellenza etc. E invece…
- una sperequazione sociale sempre più avanzante. Gli scenari presenti sono foschi, ma quelli futuri, quando gli attuali precari e sottopagati non saranno più giovani, e non avranno pensioni etc etc, lo sono ancora di più. E in tutto questo voi ritenete giusto che uno stipendiato dallo stato, solo perché si chiama “manager”, costi al nostro lavoro 500.000 euro l’anno, con buonuscite da 500.000, e premi produzione annui da 250.000? Io no. Lo trovo, tutto sommato, non etico e offensivo verso i lavoratori, soprattutto perchè al suo lavoro non corrisponde alcun risultato minimamente comparabile a tale valore. E ad aumentare l’offesa, l’opacità totale: dell’operato di questa persona non so nulla, dei soldi che guadagna (prelevadnoli dalle mie tasche) e di quelli che spende “nel mio interesse” (prelevandoli dalle mie tasche) non so e non posso sapere nulla. E se chiedo, opposizione, disfattismo, eversione!
- una diffusa passività e fatalismo dei cittadini, funzionali a mantenere questo stato di cose.
Queste, secondo me, le storture, e italia.it uno dei frutti.
Ora esce italia.it, e una parte dei cittadini che usa il web come abiente di comunicazione e lavoro avverte come un colmarsi della misura, e ha voglia di non rimanere con le mani in mano.
Una parte di questa si aggrega intorno a un evento/progetto che si dà il nome di Ritalia. Lo scopo qual è? Provare a riprogettare italia.it, per smarcarsi chiaramente dall’immagine frustrante che il portale attuale rende di questo paese e delle sue professionalità.
La domanda ulteriore è cruciale: perché fare questo? Per offrire soluzioni atte a migliorare l’attuale portale, e stop? Oppure per cominciare anche a interrogarsi, e a fantasticare, intavolare, tessere soluzioni, proposte e visioni che interferiscano col sistema e provino a raddrizzare alcune di quelle storture?
Ritalia, nella sua fase organizzativa progettuale, non ha voluto includere in maniera forte (ma libera: cioè non indirizzata a prescindere; semplicemente come tema su cui riflettere e contribuire) la questione di un discorso sistemico, di una azione (quale? e chi lo sa! però magari diamo a questo punto la dignità di argomento interessante, forte e lecito) di pressione, proposta e indirizzo verso la politica e l’opinione pubblica in tema di sviluppo tecnologico etc, e ha prefertio concentrarsi sul problema circoscritto di italia.it inteso come prodotto da migliorare. Il che, se è una scelta di understatement, è per me legittima, e al limite condivisibile.
Se invece è proprio solo quello a cui si mira (e la recente inziativa dello “sportello” IBM è così interpretabile, credo soprattutto per una poco modulata gestione comunicativa della cosa), cioè ideare soluzioni per il portale da offrire in qualche modo alla politica e alle aziende, e basta, senza che assieme non emerga volitivo fantasioso ed esigente un bisogno che le cose cambino, e dunque un “discorso” di sistema, la cosa appare anche a me davvero poco utile, e anzi al limite controproducente: si cura il sintomo senza toccare la malattia.
E’ andato tutto bene, c’è la guarigione vedete?
Il sintomo non c’è più.
E invece è tutto identico a prima.
(Milano, 28 marzo 2007)
Addendum 2
Come già spiegato in questo post su scandaloitaliano, le pr di IBM avevano a suo tempo cercato e contattato scandaloitaliano per sondare la possibilità di aprire un canale di comunicazione col web e con i bloggers a proposito della realizzazione della piattaforma tecnologica di italia.it. Non se n’era poi fatto nulla. Successivamente, gli organizzatori di Ritalia, che avevo messo confidenzialmente al corrente della cosa, mi hanno detto di essere interessati ad aprire un dialogo con IBM, e mi hanno chiesto se passavo loro il contatto, cosa che ho fatto. Gli stessi mi hanno poi correttamente informato via mail sull’evolversi della questione, e io ho espresso loro tutte le mie perplessità sulla conduzione dell’operazione. Il testo che segue è tratto da una mia mail privata agli organizzatori di Ritalia risalente al 24 marzo 2007 (dunque tre giorni prima che il dialogo IBM-Ritalia venisse ufficialmente aperto).
(…) Scandaloitaliano, per come lo vedo io, è tutto tranne che una passiva vetrina del what’s going on.
E’ un luogo dove, analogamente a Ritalia, ma in modo certamente diverso, si fa qualcosa, e si esplica una creatività.
Essa è di tipo narrativo-simbolico, e mira ad agire per lo più sull’immaginario e sulla percezione della realtà sociale italiana: nel senso, il taglio, velleitario e ambiziosissimo ma condotto con semplicità e umiltà, che abbiamo cercato di dare e mantenere noi macchinisti (senza molta fatica per altro: è venuto istintivo e ha attirato una partecipazione consona), è quello di piegare strumenti comunicativi del web, normalmente molto effimeri e privi di residui importanti, nella direzione di una partecipazione civile rigorosa e ficcante, e di una costruzione narrativo-informativa, appuntita, documentata e critica, di ciò che avviene in questo paese.
Il campo è italia.it: a causa di quello è nato, improvvisato e istintivo, il blog, e di quello si occupa. E su quello, forse, presto si esaurirà. Stiamo valutando se trasformarlo in un progetto più ampio e diverso, ma le forze e le energie son quello che sono, e sarà piuttosto difficile.
So benissimo che molti di voi percepiscono il blog in maniera positivamente “utilitaristica” ma non ne condividono per nulla metodi e toni, immagino reputandoli solo destruens, o troppo accesi e polemici etc. Mi pare un’opinione legittima, ed essa non mi scandalizza affatto. Ci tengo però a precisare che questo non è lo spirito delle persone che vi contribuiscono: se poi il risultato ci smentisce, è certo una nostra mancanza.
Veniamo al rapporto con le istituzioni e le aziende. Ovviamente tutto dipende dal proprio punto di vista di partenza.
Se uno pensa che non vi siano problemi sistemici nello snodo politica-gestione del denaro pubblico-grandi aziende, ma che anzi alla fine tutti siano sinceramente interessati al bene del paese, allo sviluppo e valorizzazione delle competenze, a una gestione trasparente e costruttiva dei progetti pubblici etc etc, secondo me colui che la pensa così fa bene a cercare attivamente un confronto e una collaborazione.
Se uno invece (tipo me) ritiene che vi siano grandissimi problemi sistemici, che alla politica in questo momento interessa solo addormentare la polemica per tornare al più presto a farsi i cazzi propri e gestire il denaro in totale autonomia e secondo logiche aliene a qualsiasi idea di crescita e valorizzazione del paese e delle sue competenze professionali (…), e che IBM cerca tutto sommato solo di salvaguardare la propria immagine da questa imprevista accensione di fari sul suo operato, e che non si farà alcuno scrupolo, se ne avrà margine e se lo reputerà utile, a vampirizzare il Ritalia, ecco, pensandola così, io ritengo che:
- se politica e ibm vogliono un confronto, sono le benvenute: mi cercheranno, mi faranno una proposta, e io valuterò se mi piace o meno, e detterò le mie condizioni (che saranno le più innovative, atipiche e trasparenti possibile), oppure posporrò a tempi più maturi. Ma a questo stadio, ancora così immaturo e non strutturato (quindi debole e vulnerabile) non li cercherò io.
- il motivo generante di Ritalia qual è? Aiutare da bravi cittadini volenterosi IBM e il governo a migliorare l’attuale sito italia.it? O provare a creare metodi di lavoro, di aggregazione, di gestione progettuale alternativi e innovativi, anche per italia.it ma anche a prescindere da italia.it, cioè per il piacere e la crescita dei partecipanti e magari del paese? Io, di cuore, propendo più per la seconda ipotesi. Ma certo sbaglio, ed è comunque l’opinione di un uno. Però aspetterei che a deciderlo fosse Ritalia stessa: nel senso, aspetterei che l’evento abbia luogo, che fiorisca, assuma una fisionomia se ci riuscirà, e sulla base di quello intavolerei eventuali rapporti con isitituzioni e aziendone. Rapporti fecondi, esigenti e proattivi: non i soliti tavolucci consultivi che partoriscono documenti sbrodolanti e programmatici, che rimangono lettera morta ma che fanno da paravento e da medaglietta ai politici.
Un’ultima cosa, poi chiudo questo indegno pippone, e vi lascio lavorare :)
A me di fare opposizione fine a se stessa non me ne potrebbe importare di meno.
Se però la persona che mi rappresenta isitituzionalmente e gestisce il denaro proveniente dal mio lavoro, mi rappresenta e gestisce il mio denaro modo inefficiente e irresponsabile, io ho tutto l’interesse a:
1) chiarire le responsabilità e far sì che chi di dovere se ne faccia carico;
2) chiarire i malfunzionamenti;
3) fare tutto quanto è in mio potere affinché ciò non si ripeta.
Questa per me non è opposizione, è coltivare i propri interessi di cittadino, ovvero coltivare gli interessi della comunità.
(Milano, 24 Marzo 2007)

concordo con tutto quanto hai scritto. Però io avevo detto fin da subito (io l’avevo detto!) che il progetto ritalia si sarebbe arenato :)
Era fin troppo ovvio: ma che si pretendeva? Che un gruppo di volonterosi avrebbe potuto sostituirsi a IBM, magari gratis et amore dei, in un progetto cosi complesso finanziato con 50 milioni di euro? Sarebbe come se un gruppo di blogger volesse rifare la nuova fiat 5oo :)
Era follia solo pensarlo. Tuttosommato credo sia stata una esperienza positiva, senonaltro per la spinta “civile”.
Ma il problema di un’iniziativa simile era l’impossibilità di stabilire una gerarchia. In un progetto complesso ci devono essere dei “capi” che danno le direttive, fanno l’analisi dei problemi, valutano il lavoro svolto, decidono insomma.
Ma questi capi dov’erano? E anche quelli che in qualche maniera si sono imposti come tali, che potevano fare, con quale autorità?
Mio caro Aghost, ma la tua predizione era fin troppo facile anzichennò! Anch’io ho sempre ritenuto difficile che il tutto potesse sfociare in una riprogettazione puntuale ed efficace del portale (però ho fiducia nell’essere umano, e non metto limiti alla provvidenza). Al tempo stesso l’esercizio del facile vaticinio negativo non mi ha mai attirato, e preferisco giudicar le cose dopo queste si sono manifestate.
Ciò detto, ritengo che questa poderosa, spontanea e difficilmente ripetibile aggregazione di professionalità e di intelligenze avrebbe potuto dare frutti prosperi in termini di legami, reti, rappresentanza, interlocuzione con le istituzioni, opinion-making e magari progetti più limitati ma più efficaci se solo avesse cominciato a discutere e a elaborare pubblicamente e liberamente fin da subito.
E invece da un lato la passività dei partecipanti nei confronti delle scelte degli organizzatori, dall’altro alcune di quelle scelte ai miei occhi controproducenti e/o incomprensibili, ha sfatto sfociare tutto in un sentimento generale di fallimento, e in un rompete le righe che non lascia nulla di vivo e operante, se non un interessante precedente in letteratura.
Ovviamente dico ciò sulla scorta di quel che vedo accadere su wiki e blog: se poi qualche fuocherello è ancora vivo e cova sotto le ceneri, spero davvero che riprenda forza.
luca, sii paziente, in fondo è stato il primo esperimento del genere :)
Per fortuna sono pazientissimo, dal momento che per il secondo esperimento temo ci sarà da aspettare un bel po’ :)
Ottimo sfogo :)
e quindi?
Cosa hai ottenuto tu?
Cosa hai fatto?
Lamentele piu che giuste…. proposte? Ti sei attivato per qualcosa? Hai proposto il forum? Lo hai messo in piedi e spinto?
Mina lo cantava anni fà…parole,parole,parole….
Io però il titolo lo cambierei ne: “Il didastro del web italiano” non della comunicazione di ritalia.
E tutte le persone che han partecipato al progetto, voi che avete commentato compresi, siete parte di questo fallimento.
Ciao Marco, prima di chiedermi quel che ho fatto io (che è non poco, almeno in termini quantitativi, per scandaloitaliano, e per Ritalia è quel che ho scritto nel post), penso sarebbe carino che tu dicessi quel che hai fatto tu. Non perché mi interessi particolarmente: giusto così, per correttezza dialettica.
Poi, quando l’avrai fatto, magari proviamo a discutere della cosa in termini più costruttivi.
Luigi, sono convinto che il web italiano sia più vario e ampio di scandaloitaliano o Ritalia. E spero abbia in serbo belle, e migliori, sorprese.
[…] Qui l’opinione di Luca Carlucci, uno dei fondatori di scandaloitaliano e partecipante al ritaliacamp di Milano. Tag: C’è vita sul web, W3C, petizione […]
[…] due settimane dopo, al barcamp Ritalia: il luogo di riprogettazione cooperativa del portale, poi miseramente defunta dopo il suo primo […]