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Glock

Il Glok era precipitato in quel punto qualsiasi di quel pianeta qualsiasi dopo un viaggio molto lungo - il Glok questo lo sentiva. L’intelligenza non è certo la qualità principale di un Glok: ciononostante quel Glok sapeva di aver dormito per un tempo infinito. Come tutti i Glok quando si svegliano, anche questo qui aveva fame. Molta fame.

Qui theremin a go-go

La qualità principale di un Glok è ciò che, in termini terrestri, s’intende col lemma «dentatura». In secondo luogo: la voracità. Tutti gli esseri commestibili che avevano avuto la ventura d’incontrare il Glok fino ad allora, non erano ovviamente mai riusciti a raccontarlo in giro. Si consideri poi che un Glok riesce, grazie all’elasticità della sua struttura, a ingurgitare in pochi attimi quantità di cibo pari a sedici volte il proprio volume a digiuno, e a digerirle altrettanto velocemente. Si può ragionevolmente ipotizzare, comunque, che l’ultima cosa vista dai suddetti esseri fosse stata una voragine nera, coronata tutt’intorno da una foresta irta e selvaggia di punte acuminate, spezzate, sbilenche, follemente ammassate le une sulle altre: la bocca e i denti del Glok, appunto.

Altra peculiarità del Glok è l’essere un alieno alieno ad ogni sentimento di spaesamento e, specularmente, di casa. Ovunque si trovi il Glok mangia. Pura masticazione in cammino. La bussola di questo cammino è costituita dalle diverse migliaia di organi recettori sparse lungo il corpo molliccio e serpentiforme del Glok, che lo conducono ovunque vi sia del materiale organico, fluido o solido non importa, da addentare, succhiare, sminuzzare e deglutire.
Il nostro Glok, per altro cieco come tutti i Glok, non poteva sapere d’essere caduto di notte nel bel mezzo di un boschetto non lontano da Firenze, Toscana, Italia, punto qualsiasi di quel pianeta qualsiasi che gli indigeni chiamano Terra. Il nostro Glok sentiva però la pelle formicolargli terribilmente: gli organi recettori cutanei lo informavano che lì vicino c’era tanto di quel cibo quanto non ne avesse mai sognato. Si mise in marcia strisciando velocemente, sibilando d’eccitazione.

Lì vicino, distesi a pancia in su in mezzo ad un prato, Luigi Bertarelli detto il Berta, e Michele Gedini detto Gedi, se ne stavano a scrutare la volta celeste. Oggi tanto un piccolo punto luminoso rossastro s’accendeva davanti alle loro bocche: questo perché si stavano passando una canna di marocchino.

- Ci vorrebbe… un po’ di passera stasera…-, disse il Gedi, espirando un’ampia boccata di fumo.

- Oh bravo Gedini! La passera ci sta sempre bene… a trovarla però! C’è passera qui?- vociò il Berta, con la bocca un po’ impastata. I due si misero a ridere.

Era una meravigliosa notte di maggio, di una limpidezza rara per Firenze. Miliardi di piccole stelle barluccicavano nell’abisso soprastante, e gli occhi del Gedi vi si persero dentro fantasticando.
- Ma quante cazzo ce ne saranno, di stelle… Davvero, se uno ci pensa, c’è da perderci il capo…

- Davvero! - annuì distrattamente il Berta, ancora perso dietro alla questione della passera. A dirla tutta, stava pensando ad una passera in particolare, tale Sabrina, che aveva l’onore d’essere ospitata frequentemente nella sala giochi mentale del ragazzo. Ma non divaghiamo.

- Secondo me - continuò il Gedi - è impossibile che sia così grande, e che ci siamo solo noi in tutto questo spazio infinito, ci dev’essere per forza qualcun altro, da qualche parte lassù…- qui s’interruppe per tirare - Magari anche due di loro si stanno facendo una canna col fumo marziano guardando verso di noi e dicendo le stesse cose… Ehi lassù! Volete un tiro?? - urlò il Gedi, porgendo la canna all’universo.

Dalla notte buia, nessuno rispose. Un orecchio molto sensibile, in verità, avrebbe potuto percepire un lieve strisciare tra l’erba, uno strisciare in avvicinamento, ma le quattro orecchie in questione non erano così sensibili.
- Toh, fattelo te l’ultimo tiro, Berta, io son già bello cotto - disse passando il mozzicone all’amico.

Il Glok ormai era teso allo spasimo. I recettori erano come impazziti. La pappa era finalmente a portata di denti - una montagna di pappa! La sentiva, era lì: ancora un attimo e quella terribile macchina di morte si sarebbe messa in moto. Il segnale d’attacco fu percepire il proprio cavo orale inondato dai liquidi enzimatici lubrificanti, utili a deglutire i pezzi più grossi: di scatto, il Glok spalancò le fauci e….
Un’improvvisa vampata di calore lo immobilizzò - un calore che si fece impossibile, insopportabile. Il Glok ebbe a quel punto un altro lampo di autocoscienza: seppe, senz’ombra di dubbio, di star bruciando vivo. Se avesse avuto gli occhi, avrebbe potuto vedere quell’immensa palla di fuoco avvicinarsi fino ad investirlo, schiacciandolo inesorabilmente sotto la sua mole rovente. Se avesse avuto il naso, oltre all’odore delle proprie carni che sfrigolavano, avrebbe percepito un altro odore, dolciastro e stucchevole. Ma ormai era troppo tardi per i se: il Glok non era più tra noi.

-Ahhhhh, brucia la gola! koff koff! Siamo al cartone, la spengo… - e schiacciò con forza il mozzicone sul terreno - Comunque, secondo me, non c’è una sega lassù, caro Gedini. Mi sa proprio che siamo gli unici stronzi nell’universo - disse il Berta risoluto, ignaro di star spengendo la canna su un piccolo e vorace stronzo venuto dallo spazio profondo.

[improvvisazione scherzosa del 1995]

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