Via
23 Ottobre 2007 > di Luca Carlucci
La stazione di Milano, che architettonicamente è un edificio splendido, lugubre ed esorbitante, si sta trasformando gradualmente in un affollatissimo ma vuoto contenitore di demenza pubblicitaria ed ergonomica. Rispecchia, in questo, il progressivo decadimento autistico del resto di questa grande città, immemore di ciò che era e ignava su ciò che potrebbe essere. Il centro, un palco osceno e patetico per conti correnti. E il resto, un popolo in ritirata, definitivamente impaurito e perso nelle chiuse psicosi dei condomini.
Cionostante, per noi esuli, la città continua a conservare una segreta cifra materna a cui è confortevole abbandonarsi: a patto di riuscire a scardinare l’inumano sistema di sensi unici spaziali, temporali ed esistenziali che, Milano, la sta uccidendo.

Esattamente così. Anche se, e mi tremano i bytes alla sola idea di quello che sto per scrivere, ogni volta che ci arrivo non riesco a non pensare alla folgorante scena di Totò e Peppino che scendono dal treno, in “Totò, Peppino e la malafemmena”. E’ più forte di me. Mi perdoni, Esimio.
Ma si figuri, Eccellentissima. Con me cade sul sicuro. Mettermi un colbacco peloso e battere la milano agostana torrida e semideserta in cerca di un ghisa da molestare: questo sì che è un delizioso programma esistenziale!
Chapeau. “Peppì, tacca ’sta caciott”.