A1, centoquaranta - non guardatemi male: i tachimetri son tarati al ribasso, gli autovelox hanno un po’ di tolleranza, ergo ero nella legalità -, musicaccia a manetta.
Finché nell’ennesimo Mango inflittomi da Isoradio s’insinua, passata Piacenza, un sordo tunz-tunz-tunz che, da lontano e in sottofondo, si fa sempre più vicino, rapido e assordante. Dalle vibrazioni del volante capisco che non è un remix, ma qualcosa che non va. Decelero, diagolanizzo con gentile sicumera davanti a un tir, e m’arresto nella prima piazzolina utile a gente in difficoltà come me.
Esco, e nel rombare delle gelide folate provocate dai veicoli a tutta velocità che mi sfiorano, verifico masticando amaro che il copertone anteriore sinistro s’è inconfutabilmente sbriciolato. Inspiro, aumm, sigaretta e mi metto al lavoro.
Svuotando il bagagliaio da scatole e buste, accedo alla ruota di scorta - ahimé, un tristo ruotino, perdipiù praticamente a terra -, prendo il cric, sollevo la macchina, prendo la chiave per allentare i bulloni e - HINT: SE DEVI ALLENTARE I BULLONI DI UNA RUOTA, FALLO PRIMA DI SOLLEVARE LA MACCHINA, PIRLA - poso la chiave, rismanovello per abbassare la macchina, allento i bulloni, rialzo la macchina. Nel far tutto ciò, roteando la manovella del cric, sfrego il dorso della mano sul fondo di nuovo, aguzzo asfalto della piazzola, provocandomi delle superficialissime ma sanguinosissime escoriazioni alla nocca del medio destro: dopo pochi minuti ho mani che, tra sangue e morchia, nemmeno Rambo alla fine del film.
O beh, insomma, per farla breve, tolgo i quattro bulloni, e finalmente *non* sfilo la ruota. Non la sfilo perché non posso. E non posso perché mozzo e foro circostante si cingono in un saldissimo amplesso di ruggine. Passo una mezz’oretta buona disteso per terra, abbracciato alla gomma, tirando e sbuffando, puntellandomi coi piedi per ogni dove, ma niente, non esce, oltre, non si smuove di un millimetro. Si noti per di più che, essendo il copertone sbriciolato, esso era irto dei bastardissimi filini di ferro che ne costituiscono l’ordito interno. Dunque afferrare la gomma e tirare significava trafiggersi le mani su di essi, e premerci su (altro sangue qui e là).
Alla fine, sprovvisto di arnesi, guanti e speranza, mi arrendo, vado alla coloninna dello help, calco il pulsante per i guasti, aspettandomi di dover interagire vocalmente con qualcuno, ma la nirvanica voce di Mother mi informa in quattro lingue che il carrattrezzi is on the way, e di star lì buono e di aspettare.
Mi metto lì buono e aspetto.
Non succede nulla per dieci minuti.
Poi.
Sulla corsia d’emergenza, un centinaio di metri addietro, apparso dal nulla, vedo fermo un mezzo da lavoro. Alla guida, attraverso il parabrezza, s’intravedono due macchie arancioni. Mentre penso “umm, potrebbe essere il carrattrezzi. Però non sembra un carrattrezzi”, il mezzo si mette in moto, doppie frecce, e lemme lemme, rimanendo sulla corsia d’emergenza, mi raggiunge.
Alla guida un tizio tarchiato, anzianotto, pelato e dalla sguardo rapido e scrutatore. Lato passeggero, un omone gigante, più giovane e dall’aria un po’ stolida. Ambedue dentro due integrali tute color arancione fosforescente. Il tizio alla guida abbassa il finestrino, mi squadra un paio di secondi in silenzio, poi, sempre senza parlare, alza il mento come a dire “e allora?”.
Io riassumo. Ruota. Andata. Ruggine. Non riesco.
Il tizio fa un cenno al socio, si armano di due spranghe di ferro, scendono. Per una frazione di secondo, m’immagino in sequenza: 1) adesso ti riempiono di mazzate; and/or 2) adesso demoliscono con tranquilla sistematicità la macchina della Claudia.
A quel punto il tizio tarchiato apre bocca per la prima volta: “Impara”. E si dirige, seguito dal socio, verso la macchina.
Mentre gli arranco dietro, alquanto spiazzato, gli fo: “Scusate, non ho capito, ma siete il soccorso stradale?”
Il tizio: “No”.
Cominciano a sprangare la ruota. Bam, bum, BAM, BAM, BAM, BAM. La ruota esce.
Il tizio abbassa la spranga, e mentre contempla il risultato: “Se arriva il carrattrezzi ti prenderà 200 euro. Per nulla. Rimonta la ruota. Veloce. E vattene”.
Mi affido a quelle parole come a un dogma. M’accascio sgraziatemente sul mozzo e comincio a trafficare col ruotino. Avverto il camioncino dei tizi passarmi alle spalle. Un colpo di clacson. Mi volto. Un braccio esce dal finestrino a mo’ di saluto. Li risaluto, mentre un calvalcavia li inghiotte.
Il carrattrezzi è il mio nemico. E il mio nemico sta per arrivare. In preda a frenesia, infilo il ruotino, abbocco i bulloni, abbasso il cric, stringo i bulloni, prendo tutta la roba che avevo disseminato nella piazzola, arnesi, cric, ruota sbriciolata, giacche, sacchetti di lenzuola e coperte da riportare a Firenze, la ficco alla rinfusa in macchina, mi butto alla guida, le mani ancora colano sangue, mi inserisco nel traffico, e col ruotino a terra e la macchina che sbanda a tutto spiano e io che mi tampono le nocche con un kleenex guadagno la prima uscita utile, per fortuna molto vicina - tutto ciò sicuro d’esser braccato dall’esoso carrattrezzi, che magari mi ha visto, mi sta seguendo, anzi sta battendo i dintorni in cerca di notizie di una macchina in difficoltà! Pago, chiedo affettando noncuranza (se si accorge, potrebbe fare la spia) al casellante di un benzinaio, tre chilometri, ci arrivo, mi fermo, gonfio il ruotino, e finalmente mi rilasso.
In quel momento, mentre fumo, mentre m’abbadono al lattiginoso vuoto padano che mi circonda, mentre pianifico un ritorno a Milano a sessanta lungo la via Emilia, mentre osservo il benzinaio giocare col figlioletto in età da pannolone dentro il casottino da piccolo distributore di provincia, ecco, in quel momento realizzo di aver incontrato Harry Tuttle.
[A more than true story originally posted on MMM]

luca, trattengo le lacrime e rido soffocatamente… Tra questo e l’episodio del tamponamento del tizio con la macchina su 2 ruote, i tuoi aneddoti on the road sono sempre più divertenti :)